Rotonda(mente).

31 03 2010

“Sai perché i nativi americani preferiscono le costruzioni circolari?” mi chiese Charlie. Ora teneva le mani infilate sotto la testa e fissava il cielo sopra di noi.
“Perché?”
“Non ci sono ombre in una stanza rotonda. Non ci sono angoli dove gli spiriti possano nascondersi”.
Aspettai di sentire dell’altro, e invece niente. Continuò a fissare il cielo e poi chiuse gli occhi e rimase in silenzio tanto a lungo che pensai si fosse addormentato.
“Vivi una vita rotonda”, disse alla fine, piano, con gli occhi chiusi. “Vivi una vita rotonda e non avrai un posto dove nasconderti né niente da cui scappare”.
Lo disse con un tono fiducioso, che mi fece riflettere. Una vita rotonda. “Io ho degli angoli”, dissi.

Amanda Davis, Mi chiedo quando ti mancherò

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Calore e dolcezza

21 03 2010

“Wilma era seduta alla finestra, le mani che stringevano una tazza, la sua attenzione catturata da qualcosa di lontano e triste.

Non mi aveva sentito scendere, o almeno così sembrava, e rimasi ad osservarla per un istante prima di bussare sul fianco di un baule per annunciare la mia presenza.
Scosse il capo, come per dissipare le tristezza che aveva dentro, e mi sorrise, ma i suoi occhi erano neri e ancora distanti, e mi domandai cosa avesse visto. Volevo che tutto uscisse allo scoperto, i miei segreti come i suoi, che si rovesciasse tutto sul pavimento fino a formare un ammasso putrefatto da prendere a calci, perché ero stanca e non ne potevo più di sostenere quel peso.

Quella sensazione di leggerezza mi piaceva. Era così che immaginavo ci si dovesse sentire sul trapezio, come era per Mina la Ballerina. Era così che immaginavo ci si sentisse quando ti lasciavi cadere e vedevi delle mani protese verso di te, sapendo che alla fine della piroetta ti avrebbero preso. Era quella leggerezza, quel senso di vuoto, quella certezza di non precipitare su una superficie implacabile, alimentata dal tuo stesso peso. No. Volteggiavi in aria e venivi presa, facevi capriole, volavi e stringevi la presa per poi tornare infine sulla piattaforma, con le braccia in aria, al di sopra della folla, fiera della tua vittoria su ciò che non era accaduto.

Wilma sorseggiava dalla tazza. Ero quasi sicura si trattasse di whisky. Non dissi nulla, mi avvicinai in silenzio ancora immersa da quella strana sensazione e scansai un’altra sedia, scendendo a sedere lentamente, come una piuma.

Neanche lei disse nulla. Le presi la tazza e sorseggiai senza guardare dentro. Era whisky, whisky e tè, caldo, potente e dolce di zucchero e miele. Me lo sentii scorrere dentro, ma Wilma si riprese la tazza prima che potessi bere di nuovo.
“Dovresti mangiare qualcosa”, disse. “Sono giorni che non tocchi cibo. Non credo che un punch sia l’ideale come prima cosa.” Studiò la tazza, poi girò attenta il manico per bere da un punto che le mie labbra non avessero toccato.
“C’è del pane”, disse. “Potresti tostarne qualche fetta.” Annuii. Ma volevo whisky e tè, dolcezza e calore. Non volevo niente che mi riempisse e mi pesasse dentro. Volevo sentire le cose che mi seguivano di nascosto, quelle orribili cose scure e scivolose che mi trascinavo dietro da così tanto tempo. Volevo che mi venisse voglia di piangere, ma non ci riuscivo. Certo non io. Annuii e mi alzai, ancora malferma, per andare a prendere il pane e prepararmi un toast, qualcosa di solido ed affidabile.”

Amanda Davis, Mi chiedo quando ti mancherò