Col cuore in gola e le dita incrociate …

24 06 2010

… ricordando il 2006 e sperando nel 2010:

FORZA AZZURRI!





Prima di somministrare, leggere attentamente il foglietto illustrativo.

19 05 2010

ATTENZIONE! Il presente antidoto-all’umore-sotto-la-suola-delle-scarpe potrebbe dar luogo ad alcuni effetti collaterali, quali: allegria, buonumore, perdita momentanea di memoria riguardo ai motivi dell’umore sotto la suola delle scarpe, improvvisa voglia di uscire per dare una svolta positiva alla giornata!





Non è vero

17 05 2010

… ma ci credo!





Fosse che …

10 03 2010
… l’opposizione inizia ad opporsi?




La viola sbocciata d’inverno

25 02 2010

A dicembre in Italia è sbocciata una viola.
Il 5 dicembre con esattezza.
Non si è fatta spaventare dalla minaccia di freddo e brutto tempo, non ha avuto paura di essere schiacciata dai giganti. È sbocciata spontaneamente in rete ed è fiorita in Piazza San Giovanni, con una forza di cui non credevo più capace l’Italia.
L’onda viola che ha invaso le strade della capitale, non ha preteso di essere né rivoluzione, né istantaneo rinnovamento politico ma è stata un segnale forte all’Italia, al suo Presidente del Consiglio ed alla classe politica.
Non lo accettiamo più. Cosa? Tutto.
Ed in primis l’impoverimento economico, culturale, politico e della società in cui ci siamo lasciati trascinare:
l’Italia non resta più a guardare con occhi di disinteresse quello che succede in politica.
L’Italia s’è destata davvero il 5 dicembre e, superando le diversità di credo politico, superando un’indifferenza sedimentata da anni verso la politica, si è fatta sentire con veemenza ed ironia che credevo dimenticate.
Ma soprattutto con fermezza.
Il No-B-Day ha emozionato e stupito a mio avviso, ma soprattutto ha avuto il grande merito di risvegliare la coscienza civica degli italiani e di regalare di nuovo fiducia in un cambiamento, a chi l’aveva persa.
Se la domanda è: perchè parlarne oggi?
Beh, sabato prossimo i ragazzi del Popolo Viola ci riprovano; senza la pretesa di riunire di nuovo sotto il colore viola 1 milione di persone ma con la speranza di mantenere viva l’attenzione sui problemi e sui valori.
Alle 14.30 a Piazza del Popolo, a Roma.
Più info qui





Lettera aperta al signor Alberoni

12 01 2010

Caro signor Alberoni,
dottore, professore, scrittore, editorialista, eminente sociologo, presidente e rettore ma oggi, per me, solo signore. Ebbene sì, perchè il suo editoriale odierno per me è indegno di ciascuno dei titoli di cui si fregia nel suo curriculum vitae; mi viene da chiedermi se non le sembra che questi suoi eccessivi impegni l’astraggano oltremodo dalla realtà della vita tanto da vedersi poi costretto a replicare i più triti luoghi comuni che sono sulla bocca di tutti.
Superficiale, frettoloso, qualunquista e con la pretesa di trovare giustificazioni in numeri ISTAT buttati lì senza alcuna analisi critica, il suo editoriale non è solo banale ma anche offensivo ed ingiusto nei confronti di una generazione -la mia- che affronta un’epoca difficile.

Confesso che quando l’ho letto la prima cosa che ho pensato è stata: “la fa facile Alberoni, lui è nato nel ‘29!”
Eh sì, signor Alberoni, la sua giovinezza ha coinciso con il rifiorire dell’Italia post-bellica, un’Italia che ripartiva da zero e che aveva voglia di ricominciare. La sua Italia era una società in cui termini come “res publica” avevano ancora un senso profondo e condiviso; un paese che lottava come “civitas” per ricostruire la sua identità collettiva. In quest’Italia, raccontata dai miei nonni, c’erano regole e certezze; c’erano step, nella vita dell’individuo, che erano sufficientemente sicuri e standardizzati; c’era, soprattutto, meno tensione e meno richieste che venivano fatte ai “giovani”.
Insomma, per farla breve, lei ha vissuto nell’epoca della ricostruzione italiana, a noi, invece, è toccata l’epoca della distruzione italiana; e, mi scusi, ma questa è l’eredità che ci avete lasciato voi, anteponendo l’individuo alla collettività, il bene personale al bene della Repubblica (la famosa “res publica” di cui sopra …), depauperando l’Italia di valori e di valore.
Oggi a noi “giovani” (che poi io mi sono sempre chiesta chi sono questi “giovani” esattamente? Da quel che so di sociologia, “giovani” mi sembra un po’ vaga e laconica come definizione) tocca un compito difficile, quello di ritrovare la speranza nel futuro. E trovo difficile riuscire a farlo finchè ci viene solo dato contro mentre noi, da figli, stiamo scontando le colpe dei nostri padri.

Lei ci confronta con uno stereotipo banale di modello anglosassone, che è poi quello diffuso in tutto il nord Europa, e ci dice che preferiamo rimanere a casa con le lenzuola stirate, le polpette della nonna e la tavola imbandita senza valutare quali siano le azioni a favore dell’emancipazione di noi “giovani” che gli stati del nord europa mettono in atto, senza riferimenti alla situazione italiana, di un paese, cioè, che pensa che i “giovani” siano solo risorse da spremere senza dovergli garantire alcuna contropartita. Di un paese che non ci incoraggia e non ci sostiene che si veste di modernità dicendo “basta con il posto fisso” ma non ci fornisce un mercato del lavoro abbastanza fluido per poter saltare liberamente da Aosta a Palermo, come negli USA. Di un paese che è stato saccheggiato e che oggi non ha più molto da offrirci.
Lei ci dice che non ce ne andiamo via di casa perchè non riusciamo a soddisfare il nostro desiderio di uno stile di vita paritetico rispetto a quello dei nostri genitori; io le chiedo “ed anche se fosse così, cosa ci sarebbe di sbagliato?”. Noi lavoriamo come loro, fatichiamo per restare a galla anche più di loro, facciamo sacrifici come loro, ed abbiamo sogni come loro: perchè le nostre aspettative devono essere per forza più basse?
E’ vero che c’è una parte di noi che rimane a casa per comodità e convenienza ma, signor Alberoni, all’epoca dei miei genitori quanti andavano via di casa da giovanissimi e non perchè si sposavano? Allora, mi domando, perchè voi, che avete vissuto nella bambagia anche più di noi, cercate di insegnarci che la vita è dura?

Ebbene, io la invito, signor Alberoni, a provare uno scambio: entri nella vita di una che è stata stanca di sentirsi chiamata “bambocciona” e mi dica se è così facile come viene, superficialmente, giudicata dal di fuori.

Rimango in attesa del suo prossimo editoriale che, a questo punto, immagino che verterà sul fatto che … ahimè … non ci sono più le mezze stagioni.

Cordialmente,

Una giovane che vive da sola ma che è stanca delle accuse nei confronti della sua generazione.