Il sapore di un porto

10 06 2010

Se mi assaggio le labbra, assaporo il gusto dolce del porto, vedo le case dei pescatori arroccate le une sulle altre, ascolto un dialetto caldo, sento il vento che taglia la faccia, scorgo il grigio nel cielo, mi bagno di pioggia che promette estate.

Se ti assaggio le labbra assaporo una birra belga, vedo l’azzurro specchiato negli occhi grigi, ascolto risate senza pensieri, sento te che sai di limone, scorgo un abbraccio nascosto dietro una montagna, mi asciugo con un raggio di sole -caldo come desiderio- lungo la schiena.

Così. Noi.

Annunci




Ma quanto manca a diventare grande?

15 05 2010

Tutti in macchina, famiglia al completo.
Station wagon stracarica, in partenza per le vacanze che sono di 3 mesi, non un paio di settimane: è l’Italia anni ’80 vista con occhi di bambina.
Papà gira la chiave, qualche minuto per scaldare il diesel, ingrana la prima e siamo fuori dal garage.
Nemmeno 5 minuti ed io comincio: ” Ma quanto manca papà?”.
Il viaggio è breve ma la mia pazienza è più piccola di me.

Oggi come ieri: giro in macchina con papà su una collina verde e silenziosa.
Lui mi guarda con occhi che hai solo mentre osservi una parte di te che, sai che, non ti appartiene e io mi sento piccola e gli chiedo “Ma quanto manca a diventare grande?”
Lui nasconde la risposta nel sorriso di padre.
E io vorrei dirgli che glielo chiedo solo perché da grande conosci le strade e allora sai quando arrivi.

E allora saprò esattamente quale è la strada verso casa e smetterò di perdermi.
E allora arriverò puntuale con la cena in tavola alle 20.30, con la stanchezza del giorno che piega le spalle e ingrigisce il viso e la felicità della sera che tinge di rosso le guance.
E forse smetterò di andare al luna park e di sentire il cuore che scoppia in gola come fuochi d’artificio.

Forse.





E ‘notte.

15 04 2010

Mi addormento con un pensiero dolce, sussurrato sotto le coperte, a luce spenta e a voce bassa.
Mi addormento con il cuore scaldato da te -un groviglio- che stringi sui miei fianchi per dirmi che mi vuoi bene, un bacio dietro la nuca mentre trovi il tuo spazio nei miei capelli.
Mi addormento esausta di risa, di giochi, di sguardi, di abbracci. Perché ogni briciola di energia l’abbiamo consumata insieme.
Mi addormento felice, avvolta da te, sapendo che sarai qui al mio risveglio.
Mi addormento tra le tue gambe perché vuoi dirmi tutto l’amore e questo è l’unico posto possibile.
Mi addormento con un bacio dolce di miele.





Treni

10 03 2010

Treno Roma-Milano.
Freccia Rossa, prima classe.
Accento del Nord che riempie l’aria.
Completi gessati, scarpe scomode, palmari, bluetooth, pc portatili, 24 ore abituate a non essere riposte se non nel weekend.
Apro il mio libro, gesto fuori moda, leggo:

“Ci sono molti tipi di rabbia” disse. “Solo che alcuni sono più utili di altri”.
Dietro di noi sbatté lo sportello di un armadietto.Cercai di non parlare troppo forte, perché a parte me non la vedeva nessuno.
“Io non sono arrabbiata”, bisbigliai.
“Dire che non sei arrabbiata è un tipo di rabbia”, disse “non serve proprio a niente, però”.

Capitolo 1, pagina 1, riga 12, una verità.

Alzo gli occhi e guardo attraverso il vetro, graffiato di pioggia che corre.
Anche oggi. Quest’inverno sembra, davvero, volerci annegare nella pioggia senza tregua.
Il treno sta uscendo dalla stazione, il momento che preferisco del viaggio, forse perché è tutto ancora da scrivere.
Forse perché quando parti, in un minuto ti immergi nella città, scoprendo angoli che non sapevi, per poi perderla subito, lasciando dietro le spalle contrasti e assurdità.
Forse perché in quel momento senti che ti stai muovendo mentre gli altri, sulla banchina, restano indietro nella loro immobilità.
Forse solo perché è un inizio.

Sono su un treno, un altro.
Sul sedile sconquassato di un Eurostar che corre verso Venezia. È un viaggio assurdo come noi che ci baciamo da adolescenti, senza riuscire a fermarci, senza il peso degli sguardi. E pioveva anche quel giorno; di gocce fine d’inizio estate, che lavano via l’inverno dalla pelle.





E boh.

27 02 2010

Ci sono volte che perfino io rimango senza parole. E questa è una di quelle.
Allora qualcuno dice quello che vorresti dire tu.
Ma lo dice molto meglio di te.
Ma lo dice diversamente.
E vorresti dirlo tu meglio ma non ci riesci perché tutto è troppo; troppo più grande di te; troppo difficile per te; troppo intricato perché per essere compreso.
Ed anche se lo capissi sarebbe troppo confuso per metterlo in parole.
Allora ti affidi a qualcun altro che sa farlo meglio di te, perché nonostante tutti dicano che l’ultima parola è sempre la tua, questa volta ti hanno lasciata senza parole.
O solo perché non hai capito cosa: cosa succede, cosa vuole dirle, cosa le nasconde, cosa passa in quella testa di cui ancora senti l’odore.
E sai che tutto questo è ancora dolore e sai anche che è sbagliato e non sai quando verrà la pace ma vorresti solo che fosse subito, perché l’hai pagata abbastanza quella cena a san Lorenzo; e quella musica che ti scorre sulla pelle come un brivido di qualcosa di nuovo.
Ed è passato tanto tempo ma lo senti ancora lì, al centro della schiena, che ti entra dentro destinato a restare a lungo, con la promessa di un tempo più lungo, con la fiducia in un tempo migliore.
Ed ho troppo da dire e quindi non riesco a dire nulla -anche se è illogico, lo so-.





Volando voli sbagliati.

12 02 2010

Ok … e quando? Quando dovrei venire?
Ieri.
dialogo in
Le parole che non ti ho detto

Ieri.
È un piccolo bistrot d’angolo, le pareti di un rosso scuro avvolgente, poltrone spaiate, un tavolino storto, come me che ti guardo.
Fa caldo e beviamo pastis in un bicchiere lungo. Con ghiaccio, come sappiamo fare bene noi.
Accendo una sigaretta, tu mi guardi, io mi sento piccola nel palmo della tua mano, bella nel riflesso dei tuoi occhi, dolce nel tuo sorriso e mi piace. Parliamo per ore; le giornate sono 5 minuti nel nostro tempo e volano, a volte come a novembre su voli sbagliati.
Ridiamo tanto di chi non vede l’amore, per chi non sente la passione e, planando sul mondo, scrutiamo gli altri con occhi severi, perché non provano la nostra presuntuosa unicità.

Oggi.
Ci rivediamo sulla sponda del fiume: ci scrutiamo con occhi di caramello densi di noi.
Mi parli di te, sulla faccia, disegnati, i tuoi difetti: mi piace ma ora li vedo, prima no.
Inclini la testa quando chiedi di me ed io domando: “sono sola a sentire la spuma delle onde nello stomaco?” ma dentro di me, a voce bassa, perché ho paura che faccia troppo rumore ed ho paura di sentirmi sola, di nuovo.
Poi mi sfiori la mano, casualità voluta, cercata, perché ti piace ancora sedurmi.
Cristalli di luci sfocate come lucciole ci danzano intorno; ci avvolgono, come macchie sulla nostra foto più bella.
Quella che non abbiamo mai scattato.

Si sbagliò la colomba.
Si sbagliava.

Per andare al Nord andò al Sud
pensò che il grano era acqua.
Si sbagliava.

Pensò che il mare era il cielo
e la notte la mattina.
Si sbagliava.

Che le stelle eran rugiada
e il caldo una nevicata.
Si sbagliava.

Che la tua gonna era la tua blusa;
e il tuo cuore la tua casa.
Si sbagliava.

(Lei si addormentò sulla riva,
tu, sulla cima di un ramo)

Rafael Alberti, Si sbagliò la colomba

Il tempo rimane sospeso tra noi, come tutte le parole non dette, mai nate per paura della fragilità del cuore. Per paura di spogliarci dell’orgoglio e della nudità dei sentimenti.

Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente.
Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto quello che c’è di più sacro: qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che vince.

J. W. Goethe,
Le affinità elettive





Tramontana

8 02 2010

Ci guardiamo negli occhi di tramontana, sgombri come il cielo, ghiacciati come il vento di questi giorni.

Annusiamo l’intimità e ci colpiamo con la confidenza, perché sappiamo dove ferire e cosa fa male.

Tra gli sbagli, questo è il più grande: legarci con le catene di tutti i giorni senza chiavi per aprirle.
Ci stringono i polsi, feriscono le braccia, ci tengono insieme ma senza volontà.