Rotonda(mente).

31 03 2010

“Sai perché i nativi americani preferiscono le costruzioni circolari?” mi chiese Charlie. Ora teneva le mani infilate sotto la testa e fissava il cielo sopra di noi.
“Perché?”
“Non ci sono ombre in una stanza rotonda. Non ci sono angoli dove gli spiriti possano nascondersi”.
Aspettai di sentire dell’altro, e invece niente. Continuò a fissare il cielo e poi chiuse gli occhi e rimase in silenzio tanto a lungo che pensai si fosse addormentato.
“Vivi una vita rotonda”, disse alla fine, piano, con gli occhi chiusi. “Vivi una vita rotonda e non avrai un posto dove nasconderti né niente da cui scappare”.
Lo disse con un tono fiducioso, che mi fece riflettere. Una vita rotonda. “Io ho degli angoli”, dissi.

Amanda Davis, Mi chiedo quando ti mancherò





Bye bye, Peter Pan

22 03 2010

“Forse l’hai già capito: non è facile crescere, ancor meno diventare adulti.
Essere grandi significa avere più libertà, più mezzi economici, ma anche molte più responsabilità.
Il tuo compito, la tua meta in fondo al viaggio, è diventare migliore dei tuoi genitori.
Alza la fronte. Non farti imbrogliare da chi vorrebbe comprare il tuo consenso con denaro o adulazioni, non ti far bastare ciò che sono disposti a darti. Il tempo ti dirà che le idee sono tanto più preziose quanto più sono diverse.
Alza la fronte e non porre limiti alla tua ambizione: essi sono fatti per essere superati attraverso passione e capacità. Non è vero che nella vita bisogna accettarsi, piuttosto è fondamentale sapere che ti puoi migliorare, qualsiasi sia la stagione che stai attraversando.
Sforzati di trovare il coraggio per dare spazio alla tua creatività, confida nel tuo talento cercandolo ogni giorno e ogni notte dentro di te.
Raschia il barile delle tue capacità, scopri ogni cunicolo della tua anima ma non donarla mai tutta, riservane sempre una briciola per ogni tua prossima passione.

L’esistenza non è una corsa di cento metri, ma una maratona meravigliosa e per arrivare alla fine occorre merito, non furbizia; voglia di essere disponibili a meravigliarsi, non infruttuose ricette alchemiche: “un uomo libero agisce sempre in buona fede e non ricorre all’astuzia”, diceva Spinoza.
Non dare retta a chi ti indica le scorciatoie, prova ad osare strade difficili, evita tutto ciò che è comodo e diffida di chi te lo propone. Fa’ crescere dentro di te rabbia e sete per l’inquietudine.
Non buttarti via, impara a dannarti senza perderti.

Alza la fronte e tieni dritta la schiena: nemmeno gli anni la curveranno, soltanto l’ignavia.
Ama la tua libertà e difendila da tutto e da tutti; adora la tua autonomia, riparala dal canto delle sirene ricattatrici: le dipendenze non fanno crescere, aiutano soltanto a smarrire il senso del viaggio.
Non farti atterrire dall’urto delle tue emozioni, contamina con l’eco di quel rombo magnifico chi, accanto a te, ha abbassato lo sguardo.
Impara che hai diritto a pensare che nella vita si possa e si debba tentare e sbagliare, e che nessuno ti deve poter giudicare per gli errori che commetterai, ma semmai per le omissioni che ammetterai a te stesso.

La riga la si tira alla fine, non certo a vent’anni, e, quando ti verrà di guardare alla vita come ad una straordinaria vallata percorsa, avrai finalmente capito che la sera cui sei giunto conosce segreti che il lontano mattino nemmeno poteva immaginare; ma dovrai anche sapere che ciò che di buono è stato l’ha costruito la tua anima, così come anche ciò che le tue forze non sono state capaci di compiere.”

Paolo Crepet, I figli non crescono più





Calore e dolcezza

21 03 2010

“Wilma era seduta alla finestra, le mani che stringevano una tazza, la sua attenzione catturata da qualcosa di lontano e triste.

Non mi aveva sentito scendere, o almeno così sembrava, e rimasi ad osservarla per un istante prima di bussare sul fianco di un baule per annunciare la mia presenza.
Scosse il capo, come per dissipare le tristezza che aveva dentro, e mi sorrise, ma i suoi occhi erano neri e ancora distanti, e mi domandai cosa avesse visto. Volevo che tutto uscisse allo scoperto, i miei segreti come i suoi, che si rovesciasse tutto sul pavimento fino a formare un ammasso putrefatto da prendere a calci, perché ero stanca e non ne potevo più di sostenere quel peso.

Quella sensazione di leggerezza mi piaceva. Era così che immaginavo ci si dovesse sentire sul trapezio, come era per Mina la Ballerina. Era così che immaginavo ci si sentisse quando ti lasciavi cadere e vedevi delle mani protese verso di te, sapendo che alla fine della piroetta ti avrebbero preso. Era quella leggerezza, quel senso di vuoto, quella certezza di non precipitare su una superficie implacabile, alimentata dal tuo stesso peso. No. Volteggiavi in aria e venivi presa, facevi capriole, volavi e stringevi la presa per poi tornare infine sulla piattaforma, con le braccia in aria, al di sopra della folla, fiera della tua vittoria su ciò che non era accaduto.

Wilma sorseggiava dalla tazza. Ero quasi sicura si trattasse di whisky. Non dissi nulla, mi avvicinai in silenzio ancora immersa da quella strana sensazione e scansai un’altra sedia, scendendo a sedere lentamente, come una piuma.

Neanche lei disse nulla. Le presi la tazza e sorseggiai senza guardare dentro. Era whisky, whisky e tè, caldo, potente e dolce di zucchero e miele. Me lo sentii scorrere dentro, ma Wilma si riprese la tazza prima che potessi bere di nuovo.
“Dovresti mangiare qualcosa”, disse. “Sono giorni che non tocchi cibo. Non credo che un punch sia l’ideale come prima cosa.” Studiò la tazza, poi girò attenta il manico per bere da un punto che le mie labbra non avessero toccato.
“C’è del pane”, disse. “Potresti tostarne qualche fetta.” Annuii. Ma volevo whisky e tè, dolcezza e calore. Non volevo niente che mi riempisse e mi pesasse dentro. Volevo sentire le cose che mi seguivano di nascosto, quelle orribili cose scure e scivolose che mi trascinavo dietro da così tanto tempo. Volevo che mi venisse voglia di piangere, ma non ci riuscivo. Certo non io. Annuii e mi alzai, ancora malferma, per andare a prendere il pane e prepararmi un toast, qualcosa di solido ed affidabile.”

Amanda Davis, Mi chiedo quando ti mancherò





Treni

10 03 2010

Treno Roma-Milano.
Freccia Rossa, prima classe.
Accento del Nord che riempie l’aria.
Completi gessati, scarpe scomode, palmari, bluetooth, pc portatili, 24 ore abituate a non essere riposte se non nel weekend.
Apro il mio libro, gesto fuori moda, leggo:

“Ci sono molti tipi di rabbia” disse. “Solo che alcuni sono più utili di altri”.
Dietro di noi sbatté lo sportello di un armadietto.Cercai di non parlare troppo forte, perché a parte me non la vedeva nessuno.
“Io non sono arrabbiata”, bisbigliai.
“Dire che non sei arrabbiata è un tipo di rabbia”, disse “non serve proprio a niente, però”.

Capitolo 1, pagina 1, riga 12, una verità.

Alzo gli occhi e guardo attraverso il vetro, graffiato di pioggia che corre.
Anche oggi. Quest’inverno sembra, davvero, volerci annegare nella pioggia senza tregua.
Il treno sta uscendo dalla stazione, il momento che preferisco del viaggio, forse perché è tutto ancora da scrivere.
Forse perché quando parti, in un minuto ti immergi nella città, scoprendo angoli che non sapevi, per poi perderla subito, lasciando dietro le spalle contrasti e assurdità.
Forse perché in quel momento senti che ti stai muovendo mentre gli altri, sulla banchina, restano indietro nella loro immobilità.
Forse solo perché è un inizio.

Sono su un treno, un altro.
Sul sedile sconquassato di un Eurostar che corre verso Venezia. È un viaggio assurdo come noi che ci baciamo da adolescenti, senza riuscire a fermarci, senza il peso degli sguardi. E pioveva anche quel giorno; di gocce fine d’inizio estate, che lavano via l’inverno dalla pelle.





Monday mood.

22 02 2010

The world is a vampire, sent to drain
Secret destroyers, hold you up to the flames
And what do I get, for my pain?
Betrayed desires, and a piece of the game
[]
Despite all my rage I am still just a rat in a cage
Then someone will say what is lost can never be saved





Volando voli sbagliati.

12 02 2010

Ok … e quando? Quando dovrei venire?
Ieri.
dialogo in
Le parole che non ti ho detto

Ieri.
È un piccolo bistrot d’angolo, le pareti di un rosso scuro avvolgente, poltrone spaiate, un tavolino storto, come me che ti guardo.
Fa caldo e beviamo pastis in un bicchiere lungo. Con ghiaccio, come sappiamo fare bene noi.
Accendo una sigaretta, tu mi guardi, io mi sento piccola nel palmo della tua mano, bella nel riflesso dei tuoi occhi, dolce nel tuo sorriso e mi piace. Parliamo per ore; le giornate sono 5 minuti nel nostro tempo e volano, a volte come a novembre su voli sbagliati.
Ridiamo tanto di chi non vede l’amore, per chi non sente la passione e, planando sul mondo, scrutiamo gli altri con occhi severi, perché non provano la nostra presuntuosa unicità.

Oggi.
Ci rivediamo sulla sponda del fiume: ci scrutiamo con occhi di caramello densi di noi.
Mi parli di te, sulla faccia, disegnati, i tuoi difetti: mi piace ma ora li vedo, prima no.
Inclini la testa quando chiedi di me ed io domando: “sono sola a sentire la spuma delle onde nello stomaco?” ma dentro di me, a voce bassa, perché ho paura che faccia troppo rumore ed ho paura di sentirmi sola, di nuovo.
Poi mi sfiori la mano, casualità voluta, cercata, perché ti piace ancora sedurmi.
Cristalli di luci sfocate come lucciole ci danzano intorno; ci avvolgono, come macchie sulla nostra foto più bella.
Quella che non abbiamo mai scattato.

Si sbagliò la colomba.
Si sbagliava.

Per andare al Nord andò al Sud
pensò che il grano era acqua.
Si sbagliava.

Pensò che il mare era il cielo
e la notte la mattina.
Si sbagliava.

Che le stelle eran rugiada
e il caldo una nevicata.
Si sbagliava.

Che la tua gonna era la tua blusa;
e il tuo cuore la tua casa.
Si sbagliava.

(Lei si addormentò sulla riva,
tu, sulla cima di un ramo)

Rafael Alberti, Si sbagliò la colomba

Il tempo rimane sospeso tra noi, come tutte le parole non dette, mai nate per paura della fragilità del cuore. Per paura di spogliarci dell’orgoglio e della nudità dei sentimenti.

Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente.
Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto quello che c’è di più sacro: qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che vince.

J. W. Goethe,
Le affinità elettive





Death of an heart.

6 02 2010



I’ve been looking so long at these pictures of you
That I almost believe that they’re real
I’ve been living so long with my pictures of you
That I almost believe that the pictures are
All I can feel

Remembering
You standing quiet in the rain
As I ran to your heart to be near
And we kissed as the sky fell in
Holding you close
How I always held close in your fear
Remembering
You running soft through the night
You were bigger and brighter and whiter than snow
And screamed at the make-believe
Screamed at the sky
And you finally found all your courage
To let it all go

Remembering
You fallen into my arms
Crying for the death of your heart

You were stone white
So delicate

Lost in the cold
You were always so lost in the dark
Remembering
You how you used to be
Slow drowned
You were angels
So much more than everything
Hold for the last time then slip away quietly
Open my eyes
But i never see anything

If only I’d thought of the right words
I could have held on to your heart
If only I’d thought of the right words
I wouldn’t be breaking apart
All my pictures of you

Looking so long at these pictures of you
But i never hold on to your heart
Looking so long for the words to be true
But always just breaking apart
My pictures of you

There was nothing in the world
That I ever wanted more
Than to feel you deep in my heart
There was nothing in the world
That I ever wanted more
Than to never feel the breaking apart
All my pictures of you